Un “patrimonio di classe”?

Qualifiche, mansioni e competenze nell’Autunno caldo

Nell’impalcatura della contrattazione collettiva emersa dal secondo dopoguerra, la qualifica si poneva come l’elemento fondamentale, dopo l’inquadramento, per la determinazione della paga base del lavoratore (operaio e impiegato). La sua definizione, nella lettera dei contratti, voleva remunerare la professionalità rispetto alle mansioni svolte sul lavoro. Ciò che doveva essere un criterio oggettivo di retribuzione delle competenze, però, si rivelò presto un catalizzatore del conflitto industriale: da un lato, il rapido cambiamento tecnologico e organizzativo portato dal paradigma fordista—simboleggiato dalla meccanizzazione dei processi produttivi e dalla loro frammentazione sulla catena di montaggio—svuotava di senso qualunque distinzione di professionalità tra operai sempre più massificati; d’altro canto, la debolezza del sindacato, diviso da fratture ideologiche e influenze politiche, ne aveva talvolta permesso un uso strumentale per gli interessi datoriali. I tentativi di adeguare la materia alla nuova realtà produttiva furono presto sopravanzati dalla sinistra operaista, che pose la critica della qualifica al centro della propria strategia conflittuale. Questo intervento ripercorre il dibattito sulla qualifica e ne ricostruisce gli effetti sull’evoluzione dei differenziali salariali prima e dopo l’Autunno caldo, combinando la lettura critica di fonti coeve con ricostruzioni statistiche originali.